Più che un bollettino dell’emergenza è stato un bollettino della disfatta. Una disfatta totale per una città che ha vissuto ventiquattro intollerabili ore di tragedia. Abbandonati in strada, prigionieri nelle auto in coda, senza mezzi pubblici, i cittadini della Capitale d’Italia sono stati involontari attori di un film da incubo. E il regista è stato ancora lui: Gianni Alemanno.
Il quale ha replicato, perseverando, i gravi errori già visti in passato: solo tre mesi fa fu la pioggia a mettere in ginocchio la città. Per questo oggi, più di allora, suonano ridicole e inaccettabili le piccole polemiche e le misere giustificazioni di un sindaco che è incapace persino di un sussulto di dignità davanti al disastro.
Sepolta sotto la neve, Roma è un altro emblema della debacle di una destra senza cultura di governo, un po’ fanfarona e tutta “chiacchiere e distintivo”, interessata a inutili guerre ideologiche e per nulla alla soluzione dei problemi. Più propensa a un finto decisionismo mediatico che all’oscuro lavoro che spetta a un amministratore serio. Alemanno ha dimostrato il fallimento di un’esperienza di governo che doveva “salvare Roma dalla sinistra” e proiettarla in un futuro di serenità e di grandezza e che invece l’ha ridotta a una città ferita, piegata, insicura e impaurita. Vittima dell’anarchismo di chi la governa, prigioniera di pericolosi egoismi sociali e di vendette razziali, è diventata una città frantumata in tante cittadelle e sempre più lontana dalle capitali europee. Un drammatico declino, nel corso del quale è ritornata persino a comandare la criminalità più agguerrita che sta riportando Roma ai giorni bui delle guerre degli anni Settanta.
La destra in Italia, con Alemanno come con Berlusconi, ha dimostrato in questi anni la propria inconsistenza di classe dirigente. Travolta dal populismo e dall’ideologia di un uomo solo al comando, ha fallito proprio nella sua capacità di governo. Non ha saputo farsi interprete dell’interesse generale, né ha saputo dialogare con le rappresentanze sociali, ha puntato sulla divisione della società in corporazioni e trasformato i cittadini in sudditi. Si è fatta guidare da un feroce spirito di vendetta e, sulla base del binomio amico-nemico, ha ridotto le amministrazioni a un bivacco di fedelissimi incapaci. È per questi motivi che, come il Cavaliere è stato travolto dal disastro economico e dalla sua pessima credibilità internazionale, Alemanno viene affondato dalla tragedia di una città male amministrata e dal tramonto della fiducia dei suoi cittadini. E quando un’intera città non si fida più e a stento trattiene la rabbia e l’indignazione, per un sindaco è il segnale del fine corsa.